In che modo la marijuana può essere utilizzata per trattare le malattie del sistema?

I risultati della ricerca, condotta con l’Università ebraica di Gerusalemme, erano incoraggianti, per usare un understatement. I ricercatori avevano somministrato dosi giornaliere da 300 milligrammi di cannabidiolo, il metabolita non-psicoattivo principale della marijuana, a un gruppo di otto pazienti epilettici. Dopo quattro mesi di trattamento, quattro di loro non avevano più avuto attacchi e altri tre ne avevano avuti molti meno.

“E chi si è interessato alle nostre scoperte? Nessuno!” dice Raphael Mechoulam, imbronciato sul divano. “E questo anche se molti pazienti epilettici avevano anche 20, 30 o 40 attacchi al giorno. Cosa hanno fatto? Niente! Sono passati trent’anni e nessuno ha usato la cannabis per curare l’epilessia.”

Qualche mese fa Norton Arbeláez, l’uomo d’affari colombiano che ha creato il sistema di regolazione della cannabis terapeutica in Colorado, mi ha detto che le ricerche di Mechoulam l’avevano aiutato nella sua opera. E Juan Manuel Galán, senatore del partito liberale colombiano, mi ha detto a novembre che aveva incontrato lo scienziato a Gerusalemme, nel suo laboratorio, mentre lavorava alle bozze per la proposta di legalizzazione della marijuana medica, approvata dal Senato colombiano a dicembre e che a marzo verrà discussa in Parlamento.

Tutti quelli con cui ho parlato sono stati d’accordo su un punto: Mechoulam è il padre della cannabis moderna.

 

L’85enne vive in un appartamento piccolo ma elegante a Gerusalemme ovest, dove i palazzi di marmo e i viali alberati ti fanno dimenticare per un attimo che Israele è in perenne stato d’allerta. Ogni giorno guida la sua Peugeot fino al laboratorio alla periferia della città, dove ha passato gli ultimi cinquant’anni a decifrare i misteri chimici della marijuana e, soprattutto, il modo in cui il corpo umano interagisce con i composti della pianta. Raphie, come lo chiamano i suoi colleghi, ha isolato e decifrato la struttura chimica dei “cannabinoidi”, i componenti chimici della marijuana. In particolare, il tetraidrocannabinolo (THC), la molecola responsabile per la botta, e il cannabidiolo, il principale composto non-psicoattivo della pianta, portatore di innumerevoli virtù mediche.

All’inizio del 20esimo secolo, mentre le misure istituzionali contro la marijuana diventavano sempre più rigide, il mondo moderno ha voltato le spalle alle ricerche su quella pianta potente che medici, sciamani e druidi avevano usato per più di tre millenni. Il Pen-Ts’ao Ching, la farmacopea più antica del mondo, registra l’uso di cannabis nella Cina del 2700 AC per trattare dolori reumatici, costipazione, disturbi dell’apparato riproduttivo femminile (come l’endometriosi) e la malaria. Il padre della chirurgia cinese, Hua Tuo, ha sviluppato un anestetico fatto di vino ed erba durante il primo secolo AC. Racconti simili compaiono in documenti e testimonianze dall’India, il Medioriente, l’Africa e anche l’Europa, dove nel 1838 il medico irlandese William Brooke O’Shaughnessy ha pubblicato il libro On the Preparations of the Indian Hemp, or Gunjah, dopo aver condotto esperimenti su animali ed esseri umani. In Tibet, la cannabis era usata nei rituali buddisti per “facilitare la meditazione,” mentre gli assiri la usavano come incenso nel sesto secolo AC.

Raphael Mechoulam non sapeva niente di tutto questo quando ha cominciato le sue ricerche più di 50 anni fa. Figlio di una coppia di ebrei bulgari al tempo della persecuzione nazista (suo padre, un noto medico, è sopravvissuto a un campo di concentramento), Mechoulam ha lasciato l’Europa nel 1949, poco dopo la nascita dello stato d’Israele. Qui ha studiato chimica, poi si è specializzato in biochimica, ha fatto la leva, si è messo a studiare i pesticidi e nel 1963 ha completato il dottorato all’Istituto Weizmann a Rehovot—dove poi avrebbe scoperto i segreti della cannabis.

“Avevo 34 anni quando ho cominciato a guardarmi intorno per un nuovo oggetto di ricerca,” mi risponde quando gli chiedo l’origine del suo interesse per la cannabis. Mi aspettavo una risposta che avesse a che fare con gli anni Sessanta, gli anni degli hippy, una cosa tipo, “Mi stavo facendo una canna in laboratorio e poi…”—ma Mechoulam, che ha fatto uso di cannabis solo una volta nella vita, mi dà una risposta molto diversa: “Uno scienziato deve scegliere un oggetto di studio originale, uno su cui non stiano già lavorando in 50. L’argomento deve anche essere sostanzioso e avere un impatto sul sociale. A quel tempo avevo letto un sacco di articoli in inglese, russo, francese e tedesco per cercare di avvicinarmi a un argomento inesplorato—e mi sono reso conto che dei principi attivi della cannabis non si sapeva niente. Pensai che fosse sorprendente: mentre la morfina era stata isolata dall’oppio e la cocaina era stata isolata dalla foglia di coca, nessuno aveva mai studiato la chimica della pianta di marijuana. Era molto strano.”

Poco tempo dopo riusciva a isolare, uno alla volta, tutti i composti della pianta.

Quale tra questi composti scatenava la stimolazione mentale che terrorizzava i governi e i legislatori del Ventesimo secolo? Era un principio solo, o una combinazione di vari principi? Per rispondere a questa domanda Mechoulam e il suo team testarono sulle scimmie ogni singolo principio attivo. La prima scoperta sorprendente fu che solo uno, il tetraidrocannabinolo (THC) aveva qualche tipo di effetto. Le scimmie sembravano ubriache, sedate.

Mechoulam aveva scoperto il composto psicoattivo responsabile della fattanza. Per confermarlo, portò a casa una grossa dose di THC e chiese a sua moglie, Dalia, di aggiungerla alla torta. Quel giorno, il padre della cannabis restò fatto per la prima e unica volta. E fu anche in grado di provare il fenomeno che oggi guida ogni ricerca nel mondo della cannabis terapeutica: ogni persona reagisce in modo personale al THC. Lo scoprì quando si guardò intorno: uno dei suoi amici parlava a raffica, un altro sembrava in trance, un altro ancora ridacchiava, e un altro ancora era in paranoia.

“Né il THC né il cannabidiolo sono tossici. Comunque lo sappiamo dal sesto secolo che la marijuana può provocare episodi psicotici. Inoltre, ci sono prove del fatto che il 10 percento dei consumatori di marijuana sviluppano una vera dipendenza, anche se non forte come quella da morfina. Ma al di là dei disturbi psichiatrici o della dipendenza, non ci sono prove che la marijuana provochi patologie.”

Quel dibattito si riferisce solo all’uso ricreativo della droga, mi dice Mechoulam. Per lui, un conto è discutere dei rischi di fumare erba per sballarsi, un conto è invece esplorare i potenziali usi medici dei suoi principi attivi, in particolare del THC e del cannabidiolo. Il primo lo lascia ai sociologi, ma il secondo è stato uno dei suoi scopi di ricerca principali nella vita, suo e della International Society for the Investigation of Cannabinoids, un gruppo di scienziati che, sotto la sua guida, ha confermato in laboratorio i motivi dell’uso della pianta nella storia.

Ma probabilmente la più grande scoperta di Mechoulam non è il THC, né il cannabidiolo. Dopo un breve interesse negli anni Settanta, la scienza ha accantonato la questione. Ma Mechoulam no. A fine anni Ottanta ha iniziato a investigare i modi in cui il THC interagisce con il sistema nervoso.

“Dopo aver scoperto il THC, abbiamo iniziato a studiarne il metabolismo e i modi in cui il corpo umano ci reagisce,” dice. “Un team di ricerca a Oxford aveva dichiarato che il THC opera in modo non specifico. Ma noi insieme a una giovanissima ricercatrice abbiamo dimostrato che è molto specifico.”

La ricercatrice è Allyn Howlett, neuroscienziata, che nel 1988 ha scoperto che i cervelli di molti animali hanno un recettore specifico per il THC. L’ha chiamato CB1. Trovare il CB1 è stato un po’ come trovare la serratura per una chiave specifica—una scoperta seguita da una domanda destabilizzante: com’è possibile che il sistema nervoso abbia un recettore studiato appositamente per reagire a un principio attivo della marijuana? L’interazione con una pianta specifica è così radicata nell’evoluzione dell’essere umano? Forse Dio (o Darwin) volevano suggerirci che l’uomo e la pianta fossero state create l’uno per l’altra?

“Il nostro sistema nervoso ha molti recettori, e quei recettori sono collegati ad altre sostanze prodotte nel nostro corpo [dopamina o serotonina, per esempio],” dice. “Ma questi recettori non sono stati creati per un arbusto specifico. Se così fosse, ne avremmo milioni, uno per ogni pianta sulla terra.”

In altre parole, se il corpo umano ha recettori specifici per i cannabinoidi significa che produce esso stesso cannabinoidi.

Nel dicembre del 1992 Mechoulam ha documentato la scoperta di un composto prodotto dal corpo umano, che si ritrova nel cervello e che si unisce perfettamente al recettore che aveva scoperto anni prima. Era come se, all’improvviso, si fosse trovata un’altra chiave per quella serratura. La scoperta era così importante che la molecola si meritava un nome coi controfiocchi. Un membro del team, appassionato di cultura hindù, l’ha battezzata Anandamide, dalla parola sanscrita “ananda” che significa “gioia suprema”.

Con la scoperta del CB1 e dell’Anandamide (e la scoperta poi di un altro recettore simile, il CB2), a Mechoulam e il suo team è apparso chiaramente che il corpo umano conteneva un sistema di recettori e composti molto simili a quelli della marijuana. L’hanno chiamato sistema endocannabinoide. Da allora, due sono le domande che li hanno tenuti svegli di notte: che funzione riveste il sistema all’interno del fragile e quasi perfetto equilibrio della salute umana? E in che modo la marijuana può essere utilizzata per trattare le malattie del sistema?

“Il sistema endocannabinoide è molto importante. Quasi tutte le malattie sono in qualche modo collegate a esso. E questo è molto strano. Non conosciamo molti altri sistemi che entrano in gioco in ogni malattia,” dice Mechoulam, rispiegandomi pazientemente una cosa che senza dubbio ha spiegato milioni di altre volte.

Di che malattie parliamo?

“Qualunque! Ai polmoni, al cuore, al fegato, ai reni: dipende tutto da quanto intensamente vengono stimolati i recettori. Prendi la dopamina, per esempio. Se abbiamo troppa poca dopamina in corpo possiamo sviluppare il morbo di Parkinson; se ne abbiamo troppa possiamo sviluppare la schizofrenia. La stessa cosa vale per i cannabinoidi. Il CB2 è un protettore. Protegge il corpo da un sacco di cose. Il CB1 opera in modo diverso, a seconda che il dosaggio sia alto o basso. In altre persole, finché i livelli di Anandamide—e degli altri endocannabinoidi scoperti da allora—rimangono stabili, il corpo umano funzionerà bene. Ma se si presenta uno squilibrio, la medicina può usare il THC e gli altri cannabinoidi, che si trovano naturalmente nelle piante di marijuana, per curarlo.”

Il professore mi assicura che potrebbe anche darsi che questo sistema sia legato ad alcuni tipi di cancro.

“Ma non ne siamo certi,” dice. “Non ne abbiamo prova perché nessuno fa i trial clinici che servono! Sappiamo solo che ci sono persone che sostengono di essersi curate con la marijuana. Ma a parte questo non sappiamo. C’è bisogno di ulteriore ricerca! Servono gli studi clinici!”

Lo ripete a ogni intervista, conferenza o lezione. Mechoulam è un attivista della cannabis. Un uomo saggio che, anche se è stato ignorato per decenni, insiste nelle sue ricerche. Anche se non è più certo che ce lo meritiamo e non è più così entusiasta del recente interesse di scienza e case farmaceutiche nella sua ricerca.

“Sono curioso,” dico alla fine dell’intervista. “Come mai una macchina fiuta-soldi come l’industria farmaceutica ha ignorato le sue scoperte?”

“Semplice,” risponde. “Chi vorrebbe leggere in prima pagina sul New York Times, ‘La Merck [nota industria chimica e farmaceutica] fa i milioni con la marijuana’?”