Altro che trasparenza, la Pa diventa un segreto di Stato: il governo vara la sua riforma della Pubblica amministrazione digitale che contiene anche le norme che garantiscono al cittadino l’accesso a ogni informazione in possesso dello Stato

Altro che trasparenza, la Pa diventa un segreto di Stato.
Più che un passo avanti nella trasparenza, l’Italia ne fa due indietro. Il governo vara la sua riforma della Pubblica amministrazione digitale che contiene anche le norme che  garantiscono  al cittadino l’accesso a ogni informazione in possesso dello Stato, che non contrasti con la privacy e la sicurezza nazionale.
La delega di agosto al governo prometteva di farci sapere molte più cose.
Secondo gli addetti ai lavori non sarà così perché il testo licenziato mercoledì scorso va nella direzione contraria e segna semmai una retromarcia rispetto alla vecchia legge del 1990.
I 42 articoli del decreto Madia grondano infatti pretesti, deterrenti ed eccezioni per continuare a negare dati e documenti dei pubblici uffici, prassi che concorre a regalare all’Italia due record poco invidiati: la palma d’oro della corruzione e la quintultima posizione nella classifica dell’accesso alle informazioni di interesse pubblico tra 103 Paesi.
Il testo uscito da Palazzo Chigi in attesa di ricevere un parere (non vincolante) del Parlamento è certo molto diverso da quello predisposto da Bernardo Mattarella, capo ufficio legislativo al ministero della Madia e primogenito del capo dello Stato. Colpa dei ministeri, si dice, che avrebbero fatto il diavolo a quattro per conservare i più ampi margini di discrezionalità nel negare l’accesso civico alle informazioni.
L’assunto fondamentale della legge è che tra un anno – quando sarà in vigore – tutti potranno accedere ai documenti della Pubblica amministrazione e non più solo i soggetti che possono rivendicare un interesse “diretto, concreto e attuale corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al dato al quale si chiede di accedere”.
Il principio, sacrosanto, viene però impallinato da disposizioni che non abbattono ma elevano le barriere del passato. Vediamole.
1) Le eccezioni. Sono elencate all’art. 5 e rappresentano altrettante scappatoie per non divulgare un bel nulla. Sui “Rolex degli emiri” ad esempio, che potrebbero arrecare un “pregiudizio alle relazioni internazionali dell’Italia”. Sugli scontrini dei politici che resteranno sepolti sotto la parola “privacy”, mentre sui conti di Expo, sulle concessioni dello Stato e i derivati dei Comuni cala il rischio di determinare “un pregiudizio alla politica di stabilità finanziaria ed economica dello Stato”. Seguono sicurezza nazionale, difesa, questioni militari, indagini sui reati e loro perseguimento, attività ispettive, segreto di Stato. In poche parole: tutto quello che oggi le amministrazioni non dicono.
2) Eccesso di norme. La vecchia legge 241/90 non va in soffitta e la coesistenza di norme e prescrizioni nella stessa materia sarà vista dagli uffici come ulteriore onere e non come “adempimento civico” a tutela di un diritto fondamentale alla conoscenza.
Norme farraginose e contraddittorie non gli rendono “simpatica” la trasparenza che, per esser tale, deve essere semplice.
3) Gratuità dell’accesso. Il ministro Madia ha sostenuto che l’accesso civico è gratuito perché così si incentivano i cittadini a pretendere la trasparenza. In realtà l’art. 6 specifica che “il rilascio di dati in formato elettronico o cartaceo e subordinato soltanto al rimborso del costo sostenuto dall’amministrazione”. Senza specificare però come viene calcolato.
4) Gli irresponsabili. A decidere se accogliere la richiesta è la stessa amministrazione secondo un criterio soggettivo (“verosimile”) rimesso alla valutazione del dirigente. Se non perviene alcuna risposta dopo 30 giorni significa che la richiesta è stata rigettata e non viene fornita alcuna motivazione, così nessuno si assume la responsabilità di spiegare perché non c’è la documentazione richiesta.
6) I costi. Resta la possibilità di fare un ricorso al Tar che costa 500 euro di tasse, l’onorario dell’avvocato e sei mesi per arrivare a sentenza. Ma chi lo farebbe, senza sapere i motivi che hanno fondato il diniego?
7) Le sanzioni. Se mai si scoprisse che il dirigente ha sbagliato? Pazienza: per l’amministrazione e il suo personale che nega illegittimamente l’accesso non sono previste sanzioni o altre forme di deterrenza a garanzia del rispetto delle prescrizioni di legge. La delega del Parlamento le prevedeva, seguendo il dettato dell’Europa sulle buone pratiche in fatto di accesso civico. Nel decreto sulla trasparenza concepito dal governo sono diventate invisibili.
Thomas Mackinson FQ 29 gennaio 2016